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rai che ella non si regge a popolo, come faceva già quella degli Ateniesi, ma è governata da un signore solo, da un re solo, da un principe solo; e questi non piglia piacere di cacciare i suoi cittadini, ma d’averne molti e tenergli uniti; e in somma è tale, che l’essere corretto dal freno di lui, e ubbidire alla sua giustizia, è la maggiore libertà che si possa desiderare. Or non sai tu quella antichissima legge della tua città, per la quale si disponeva che chiunque volesse fondarvi la sua abitazione non potesse mai esserne sbandito? Perciocchè chi si contiene dentro dello steccato e riparo di lei può star sicuro che mai non ne sarà fuoruscito. Ma chiunque fornisce di volerla abitare, fornisce anco di meritarla. Per la qual cosa me non commuove tanto la faccia e oscura vista di questo luogo, quanto la tua; e non ricerco tanto i muri della tua librería, ornati d’avorio e di vetro, quanto la sedia della tua mente, nella quale io già non i libri, ma quello, per che i libri sono stimati, cioè le loro sentenze, posi e locai. E per certo tu dei benefizii fatti a utilità comune hai detto il vero, ma poco rispetto al numero delle cose egregiamente fatte da te. Della verità e falsità delle cose opposteti hai raccontato quello che è noto a ciascheduno. Delle frodi e felloníe degli accusatori hai fatto bene a passartene di leggiero, toccandole così succintamente, perchè di vero elle stanno meglio nella bocca del volgo, che le racconta tutte ampiamente, non lasciandone passare pure una sola. Hai ripreso ancora e punto gagliardamente l’iniquo fatto del senato contra te: ti sei eziandío doluto