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gione, dissi; e, s’io considero bene quella provvidenza e fato che tu dianzi m’insegnasti, veggo esser sentenza in su forze ferme e gagliarde fondata: ma annoveriamola, se ti piace, fra quelle che i Greci dicono paradosse, cioè sentenze oltra l’opinione e il creder comune, che tu, poco ha, inopinabili chiamasti. Per qual cagione? disse. Perchè il comune favellare degli uomini, risposi, usa dire, e molto spesso, la fortuna di alcuno esser rea. Vuoi tu dunque, rispose, che noi ci accostiamo alquanto a’ parlari del volgo, acciò non pajamo troppo quasi dall’uso dell'umanità esserci dipartiti? Come ti piace, risposi. Non giudichi tu dunque, disse, che ogni cosa che giova e fa pro, sia buona? Così è, dissi. E quella fortuna, la quale o esercita o corregge, non giova e fa prode? Confessolo, risposi. Dunque è buona, soggiunse. Perchè no? dissi. Ma questa è di coloro, replicò, i quali o posti in virtù guerreggiano contro le cose aspre, o, torcendosi da’ vizii, pigliano il cammino della virtù. Nol posso negare, risposi. Or dimmi (seguitò): la giocondità, la quale si dà a’ buoni, pensa il volgo che sia cattiva? Affè no (risposi); anzi giudica che ella, come in vero è, così sia buonissima. E quell’altra, la quale è aspra, e i rei con giusto supplizio frena, pensa il popolo che ella sia buona? Anzi sopra tutte le cose, che pensare si possono, la giudica miserissima. Guarda dunque, disse, che noi, seguitando l’opinione del popolo, non abbiamo una di quelle cose incredibili conchiuso, che si chiamano inopinabili. Come così? dissi. Perchè, rispose ella, di quelle cose, che concedute si sono, séguita che di coloro i quali