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atto quarto 63


Lampridio. Voi fingete cosí, ma non sète quelli che dite. Andate a ritrovare il capitano e ditegli da mia parte che è stato tardi, ché il vero Eugenio è prima gionto del suo falso.

Eugenio. Chi è questo Eugenio?

Lampridio. Io son desso.

Eugenio. Di chi sète figlio?

Lampridio. Per non tenerti a bada, io son tutto quello che poco anzi costui ha detto che sei tu.

Eugenio. Voi potete chiamarvi del mio nome ed esser figlio a Teodosio, ma non potete esser me giamai.

Lampridio. Mirami un poco in viso. Sta’ fermo. Non vedi che diventi rosso e che cominci a tremare?

Eugenio. Vi paio io uomo da tremare se ben sto mezzo nudo?

Lampridio. Come sei venuto cosí appunto oggi come io? Siamo ancor noi andati per lo mondo e sappiamo di malizia la parte nostra.

Eugenio. Che volete dir per questo?

Lampridio. Che non sei Eugenio.

Eugenio. Che son dunque?

Lampridio. Un truffator di nomi e delle altrui autoritá.

Eugenio. Forse con piú veritá si potrebbe dir di te.

Lampridio. Dici dunque ch’io sia uomo da far truffe?

Eugenio. Te lo dicono l’opre.

Lampridio. S’io non facessi torto al boia che ti aspetta, che ti veggio le forche scolpite negli occhi, ti sfreggiarei cotesta faccia bugiarda, accioché ogni uomo da questo segnale si guardasse non farsi ingannare da te.

Sennia. Eugenio, figlio, non gli far male; mi paiono di buona ciera.

Lampridio. Ma sono di cattivo mele.

Teodosio. Andiamo, figlio, che difesa possiamo far noi quasi nudi e disarmati?

Eugenio. Come posso patir questo torto, o padre?

Teodosio. Ove è forza, è bisogno che ceda la ragione: ci perderemo la vita.