Pagina:Della Porta - Le commedie II.djvu/384

372 lo astrologo


Armellina. Che bisogna adunque aspettar che Guglielmo partorisca e far il vignarolo, o scorticarvi per cavarvelo fuori?

Vignarolo. Dammi campo franco in una camera, che conoscerai quanto ti dico.

Armellina. Non vo’ andare in camera con i padroni; io ci andarci con il vignarolo, sí bene da solo a solo.

Vignarolo. O fortuna traditora, o astrologo traditore, o padrone assassino, che mi avete fatto trasformare in un’altra persona; che ora vorrei esser quel di prima e non ci posso essere! Rifiuti quel che desideri, e non conosci quel che hai: andiamo in camera e ci metteremo soli fino a domani, finché ritorni alla mia figura.

Armellina. Son contenta. Entrate innanzi, signor Guglielmo.

Vignarolo. Entro; seguimi, Armellina mia cara.

Armellina. (Non so se Lelio averá accomodato lo scaglione per farlo sdrucciolare per li piedi).

Vignarolo. Oimè, mi hai chiusa la porta sul volto, mi hai morto!

Armellina. Perdonami di grazia, che il vento me l’ha tolta di mano.

Vignarolo. Tien la porta aperta mentre saglio, che le scale sono oscure.

Armellina. Tengo. Eccolo dirupato.

Vignarolo. Oimè oimè! son morto!

Armellina. Che avete, padron mio caro?

Vignarolo. Mi è venuto meno un scaglione e ho sdrucciolato con tutti i piedi e mi ho infranta una spalla!

Armellina. Entrate, che vi ungeremo con un poco di grasso di querciuolo.

Vignarolo. Oimè! oimè!

Armellina. Giá avete avuta la cena, ora si prepara il retropasto di un cavallo su le spalle di cinquanta bastonate.