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26 l’olimpia


Giulio. Dimmi, Squadra, donde vieni, dove vai e che robbe son queste?

Squadra. Vengo da comprare, vo a casa per apparecchiare il banchetto, ché il capitano s’ammoglia questa sera. Ecco t’ho detto donde vengo, dove vado e che robbe son queste.

Giulio. Se tu m’avessi detto con chi, a me aresti tolto fatica di dimandare e a te di rispondere.

Squadra. Con Olimpia figliuola di Sennia, questa nostra vicina.

Giulio. Questo è vero?

Squadra. Piú vero del vero.

Lampridio. (Mi par che da buon senno si mariti Olimpia, e di quanto ho sospetto, che sia vero).

Protodidascalo. (Etiam ti pare? non bisogna che piú ti paia perché è maritata; se ben hai ruminate le recensite parole, non hai piú diverticolo d’allucinar te stesso. È maritata, plus quam maritata).

Lampridio. (Taci col tuo malanno!).

Squadra. Non mi date piú fastidio, di grazia.

Giulio. Te ne darò mentre non mi dici quanto desidero.

Squadra. Non vedete che sto carrico, ho fretta, ho da far molte cose e ho poco tempo?

Giulio. Mentre hai detto cotesto, aresti risposto a quanto voleva. Mastica sa queste cose?

Squadra. Come non le sa, s’egli ha portato e riferito l’ambasciate e ogni giorno mangia col capitano?

Giulio. Mi sapresti dir dove fusse?

Squadra. Ove si mangia o si tratta di mangiare.

Giulio. Tutto questo sapevo io.

Squadra. Perché dunque ne me dimandi?

Giulio. Va’ in buon’ora carico e c’hai faccende; eccoti spedito.

Squadra. A dio, trattenitor degli affacendati.