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atto quarto 355

SCENA III

Pandolfo, Cricca, Guglielmo.

Pandolfo. Io non so perché tanto gridi, o Cricca.

Cricca. Non vedete il vostro vignarolo trasformato in Guglielmo, e tanto trasformato in Guglielmo che il vero resta vinto dal falso, perché il falso è piú vero del vero?

Pandolfo. (O stupenda maraviglia! ed è possibile che l’astrologia possa tanto? Veggio il simulacro e l’imagine di Guglielmo così naturale che, se fosse fatto a stampa o dentro le forme, non potrebbe essere piú simile. Proprio fatto a stampa, che un scudo non è cosí simile ad altro scudo come è costui a Guglielmo).

Guglielmo. O mio carissimo Pandolfo, cosí amato e desiderato di vedere!

Pandolfo. (Non mi dispiace il principio. Mira con che bel garbo ragiona il furfante! oh come ha del naturale, come pompeggia in quelle vesti: cosa da spanto!). Caro Guglielmo, come sète salvato da naufragio?

Guglielmo. Sappiate che per andare in Barberia imbarcaimi su una nave ragusea. Il padrone che la noleggiava era uomo di suo capo; e quantunque fusse avisato da tutti li marinari non partisse in tal tempo che minacciava tempesta, pur volse partirsi con la tempesta. La nave diede su le sirti; e il padrone fu il primo in morire e in pagare la pena della sua temeritá e ardimento. ...

Pandolfo. (Che bella istoria s’ha inventata! con che bella maniera il racconta il manigoldo!).

Guglielmo. ... Vennero i corsari e ne fêr prigionieri; scampai e mi presero un’altra volta; mi riscattai, sono arrivato a casa a salvamento.

Cricca. Andaste in Barberia per rader quel tuo debitore, e il mare t’ebbe a rader la vita e tutte le tue robbe.

Guglielmo. Andai in Barbaria per riscuotere i miei crediti.