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192 atto quinto

SCENA VIII.

Arreotimo, Dulone.

Arreotimo. Sono tra il vivo e il morto: onde s’i’ fussi dimandato qual fussi o morto o vivo, non saprei che rispondergli, così ho l’animo turbato tra il timore e la speranza, dubitando che Erasto non s’incontri con Cintia e non s’ammazzino insieme! L’ho attesa a casa e non è ancor venuta, né la balia che è gita in cerca di lei ha potuto trovarla.

Dulone. Arreotimo, vi prega Sinesio che vegnate a casa, che vi stanno aspettando con grandissimo desiderio.

Arreotimo. Si sa nuova di Cintia?

Dulone. Ivi è Cintia ed Erasto.

Arreotimo. Sono accordati insieme?

Dulone. Poco contrasto ci ha voluto per accordargli; or con grandissimo contento di ciascheduno si sposano insieme Cintia con Erasto, e Lidia con Amasio, e tutta la casa è in gioia.

Arreotimo. O Dio, come ti renderò io grazie bastanti, se ben mentre io vivesse stesse sempre in un perpetuo rendimento di grazie?

Dulone. Ci è maggior allegrezza.

Arreotimo. Qual può esser maggiore?

Dulone. Cintia vi manda a dir che, per temprarvi il dolore di non aver Cintio che pensavate, ma una femina Cintia, e che non vi dogliate di Ersilia, la sua madre, e di lei, v’ha partorito un bel maschio.

Arreotimo. Ed è ella infantata?

Dulone. Infantatissima e di un graziosissimo bambino.

Arreotimo. O Dio, quanto son oltremisura allegro! O soprana bontá, quanti sono i favori che oggi tu mi concedi! dolevami di aver una femina, poi di averla perduta; or ho una figlia e un nipote di lei. Mi par mille anni di riveder l’una e l’altro, che, dubitando di non averla a veder in eterno, sto con uno accesissimo desiderio di rivederla.