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atto terzo 155

ma ben all’incontro misero e infelice, avendolo conseguito contro la sua volontá e col suo dispiacere. Ella certissimo si crede che sia Cintio: io ho fatto il male, altri ne ará la penitenza. Io non trovo altro rimedio al mio male che andarmene a mio padre e narrargli il successo — chi mi desia vivo mi faccia aver Lidia per isposa, ché è impossibile che viver possa senza lei; — so che m’ama e cercherá darmi sodisfazione.

Dulone. (E tu, savio capitano, che veggendoti poco lontano il bastone chiami i vicini e le candele in aiuto: la paura è buon maestro da trovar invenzioni).

Capitano. (Ad una repentina furia de nemici è forza cedere. Un buon consiglio dato a tempo fa un essercito vittorioso, e un error apporta gran ruina: quel subito consiglio fu la salvezza della mia vita).

Dulone. (Ma pur n’hai avuta una dozzina a buon conto).

Capitano. (In questi pericoli, «della necessitá bisogna far virtude»).

SCENA IX.

Cintia, Erasto, Capitano, Dulone.

Cintia. Vita mia, andate in buon’ora e ricordatevi di chi v’ama.

Erasto, Come non ricordarmi di quello che mi sta sempre físso nella mente?

Cintia. Cor mio, che fate? voi mi togliete in braccio.

Erasto. Perdonatemi, padrona, se contro il voler vostro vi porto a casa mia: da che voi mi sète moglie, non vo’ piú vivere senza voi.

Cintia. Erasto, se mi amate non fate cotal pensiero: avete sí poco conto dell’onor mio che le mie vergogne secrete volete che sieno palesi a tutto il mondo? Deh, non fate cose spinto dalla furia, ché poi non possiate pentirvene rinvenuto in voi.

Erasto. Padrona, ho cosí rissoluto.

Cintia. Uccidetemi piuttosto e sepelite me e le mie disonestá in queste tenebre! lasciate di grazia, oimè!