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ATTO IV.

SCENA I.

Constanza vecchia, sola.

Constanza. Io non posso se non infinitamente ringraziare Idio, poiché egli infinitamente m’ha favorito. Chi credesse mai che, stata vent’anni schiava in man de turchi, mi fusse donata la libertá dal mio padrone, per esser omai decrepita, e postami, con alcuni cristiani riscattati in compagnia, in una nave, venisse a Vineggia e indi a Nola mia patria? O terreno desiderato del paese! o aria, quanto mi sei piú cara di tutte l’arie del mondo! Se la fortuna mi favorisse in farmi trovar Pardo, il mio marito, e Attilio, il mio figlio, vivi, le perdonarci la servitú di vent’anni e la perdita di Cleria mia figlia; mi faria dimenticar de tutti i passati disaggi; né io arei che piú desiderar in questa vita. Ma veggio un giovane venir costá; dimanderò di lui.

SCENA II.

Trinca, Attilio, Constanza.

Trinca. Veramente, quel vento che minacciava tempesta, s’è dileguato in semplice ruggiada. Quel maladetto nolano, venuto da Constantinopoli, ci avea posto in evidente pericolo di perder quello che avevamo fin qui oprato felicemente.

Attilio. Mi era confuso e alienato di sorte, che era posto giá in disperazione; ma tu, con quella pronta bugia del parlar turchesco, la rimediasti assai bene.

Trinca. Una bugia a tempo val tant’oro.