Pagina:Della Porta - Le commedie I.djvu/65


atto terzo 55


Trinca. Io non vorrei che ti attaccassi adosso inimicizia cosí grande; e bisognerá grand’animo a torsela con esso.

Trasimaco. Puttanaccia, che me la faresti attaccare. Ho tanto animo che non lo cape il mondo tutto, e, standovi dentro, mi par di star in forno; desiderarci che fussero mille mondi, per stanziarvi piú a largo. Povero Alessandro Magno, che lo capiva un solo!

Trinca. Parlate basso, di grazia, che non fusse qui da presso, e vi sentisse.

Trasimaco. Sia maladetta quella maladettaccia sgualdrinaccia della fortuna, che mi fa udir questo. Ch’io parli basso? qual barba d’uomo mi basta a far paura? Vo’ gridar che mi oda: vo’ chiamarlo. O Gulone, Gulone, o furfantissimo Gulone!

Trinca. Egli ha poca voglia di far bene: verrá gonfio d’ira a far questioni.

Trasimaco. Lo farò scoppiare a calci. Va’, chiamalo da parte mia.

Trinca. Andrò a far l’ambasciata a vostro rischio: avertite che capitarete male: bilanciate prima e contrapesate le vostre forze.

Trasimaco. Io, quando avampo di furia e di sdegno, son piú furibondo e ho piú furie adosso che le furie dell’inferno; e voltando gli occhi furiosi sopra alcuno, i lampi che n’escono fuori, lo brusciano vivo vivo. Lo farei fuggire, ancor che fusse Marte: sappi che son nato dentro le miniere di ferro, nodrito fra gli acciai; né il mio cuor ebbe mai altro oggetto che infringere, ingoiare e smaltir gli uomini e i cavalli, armati di metalli e di bronzo.

Trinca. Quando Gulone ha fame, è bravo, è un mezo Orlando.

Trasimaco. Egli bravo? o Marte, e chi è al mondo di me piú bravo, che fo venir la quartana all’istessa bravura? Se fusse altro che tu, che ardissi dirmi questo, li schiacciarci la testa com’una caldarrosta. Come egli si vedrá intorno questa statuaccia del mio corpo, queste spallaccie di Atlante, con questi torreggianti gamboni, con queste nerborute braccia fulminar