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atto primo 317

mie mani, acciò con la mia morte si sepellisca la memoria d’una sí crudelissima donna? E che non ho tentato per esser amato da costei? Non mi resta altro che la disperazione! Tutto ciò perché ama Giacomino; ma se dovessi morir io, vuo’ che costui muoia per le mie mani, acciò per la costui morte ella muoia de disperazione.

SCENA IV.

Cappio, Lardone, Antifilo.

Cappio. (Questi mi par Lardone).

Lardone. (Questi mi par Cappio). O buono incontro!

Cappio. O che miglior riscontro, perché sei venuto a tempo!

Lardone. Sarei venuto a tempo, se fossi ricevuto da te a pranso questa mattina.

Cappio. Che faccende ti conducono a Napoli? che porti di nuovo?

Lardone. Nulla di nuovo né fuori né dentro. Fuori ogni cosa è vecchia: il mantello tanto logro e spelato che se due pedocchi facessero questione insieme, non sarebbe fra loro un pelo che li partisse; il giuppone e le calze paion reti di pescatori, tanto sono aperte, e temo che un giorno il corpo se ne scappi fuori. Dentro ci è quella fame antica che nacque nascendo meco, né morirá finché non muoia io. Di te non dimando, perché sei vestito di nuovo e la faccia è piú tonda che la luna in quintadecima.

Cappio. Tu stai cosí magro ch’appena hai l’osso e la pelle.

Lardone. Sto in casa dove si mangia poco e si travaglia molto; sto con quel pedante che è avaro e spilorcio quanto ce ne cape. In casa sua mai mi veddi satollo di cucumeri; sempre il ventre entrato dentro, e la bocca tanto asciutta che non posso aprirla per parlare.

Cappio. Che sei venuto a far qui, in Napoli?

Antifilo. (Mira questi forfanti come si sono accoppiati insieme! Vuo’ ascoltar che dicono).