Pagina:Della Porta - Le commedie I.djvu/324

314 la tabernaria


Lardone. (Ecco Antifilo, l’innamorato d’Altilia, concorrente nell’amore con Giacomino, ma con disegual sorte: ché tanto Giacomino è amato quant’egli è disamato da lei).

Antifilo. (O Cielo, che amare ferite son queste? poiché mi son messo ad amare una tigre, mi devo però io disperar del tutto? No, perché nella disperazione suol sempre rinverdirsi qualche speranza).

Lardone. (Certo, che lo desiava incontrare, ché mi pregò Altilia, incontrandolo gli donassi una lettera. Son certo che sarò il corriero della mala novella; ma gli cercarò prima la mancia che la legga, ché dopo letta so che mi odiará a morte).

Antifilo. Ma non è Lardon quel che veggio, o forse il desiderio me lo fa cosí parere?

Lardone. Lo vedi veramente; e v’ho servito secondo il vostro desiderio.

Antifilo. Dimmi, Lardone mio, come stia.

Lardone. Io non son medico che toccandovi il polso lo potessi sapere.

Antifilo. Lo sai meglio d’un medico: se mi rechi lieta risposta alla mia lettera, son vivo; se mala, son disperato della vita. Onde se vedrò con effetto che m’hai servito bene, ti farò conoscere che da me sarai servito assai meglio.

Lardone. Ho dato la lettera ad Altilia.

Antifilo. E come debbo crederlo?

Lardone. Ecco la risposta per testimonio che gli l’ho data.

Antifilo. E perché non me la dái, o illustrissimo mio Lardone?

Lardone. E tu perché non mi dai la mancia, o eccellentissimo mio Antifilo?

Antifilo. Te la darò doppo letta.

Lardone. Doppo che l’innamorato ha conseguito l’effetto con la sua amata, non si ragiona piú de’ mezi.

Antifilo. Che vorresti dunque?

Lardone. Due scudi almeno.

Antifilo. Eccoti due scudi l’un sopra l’altro.

Lardone. Poco mi si dá che l’un stia sopra o sotto dell’altro.