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atto quarto 281

importantissima e serò a voi tra poco. (Signor Facio, ragionando con lui, parlate alto, ché non intende troppo bene).

Facio. (Cosí farò).

Narticoforo. (Egli si parte senza sapersi ancora se sia Gerasto o Narticoforo).

SCENA X.

Facio, Gerasto, Narticoforo.

Gerasto. Idio vi facci sano!

Facio. E voi sano e contento!

Gerasto. Accostatevi, galante uomo.

Facio. Voi giá vi contentate per i trenta scudi?

Gerasto. Mi contento non tanto per i trenta scudi, quanto per farvi vedere un miracolo di una mia ricetta, che un todesco, a cui avea fatte molte carezze in casa mia, morendo, me ne lasciò erede: con duo soli lattovari, non piú.

Facio. Che lattovari, che tedeschi, che ricette?

Gerasto. Dico che vi servirò tra pochi giorni.

Facio. Dico che li voglio adesso.

Gerasto. Che cosa?

Facio. I trenta scudi in pegno delle mie vesti che colui, partendosi da voi, mi vi lasciò in pegno.

Narticoforo. (O poveretto, giá comincia a ferneticare!).

Gerasto. Che scudi, che pegni, che vesti?

Facio. Dico i trenta scudi che mi avete promessi per le vesti.

Gerasto. (Il male è di piú cura ch’io non pensava. Mira come parla alto! ne deve stimar sordi).

Narticoforo. (Deve essere proprietá dell’egritudine).

Gerasto. (Non so che dice di trenta scudi e di vesti e di promesse. Non credo che un sacco intiero d’elleboro basterá per purgarlo).

Facio. (Costui da vero è sordo: parlerò tanto alto che m’intenda). Dico che mi date i trenta scudi per che colui che si parti da voi — Famasio o Famosio che si chiama, — mi ve