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262 la fantesca


Gerasto. Vuoi tu un miglior consiglio? non trattar di quello che non sai, altramente sarai giudicato di poco consiglio e di manco cervello.

Narticoforo. Or giudica temet ipsum di poco cervello e di poco consiglio, ché parvipendi l’ottime admonizioni di chi ti dice che questa casa è pestifera e ti importa la vita.

Gerasto. Che peste? chi t’ha riferito questo?

Narticoforo. Il padron istesso di queste edicole.

Gerasto. A che proposito il padron di queste case ti l’ave riferito? certo costui sará scemo di cervello.

Narticoforo. Lubenter faciam. Commorando io in Roma, mi scrittitò molte lettere, chiedendo copular una sua figlia in matrimonio con un mio figlio; e giá d’accordo, piú con la sua che con la mia sodisfazione, mi chiama che venghi col mio figlio a tor la sposa. Vengo, e lascio i miei consanguinei che mi venghino ad incontrar con la nuora; adesso mi dice che me ne ritorni.

Gerasto. Certo costui non può essere uomo da bene, perché vien meno della sua parola. Ma che ragioni assegna egli?

Narticoforo. Dice che medicando agli Incurabili s’attaccò la peste, ed egli l’ha attaccata a sua figlia nelle parti pudibonde e l’ha tutta guasta, che non vi è rimasto segno del sesso; e che a lui gli è venuta da dietro — o stomacali o peste, — che è tutto rovinato. E poi m’ha mandato un suo abnepote o trinepto a minacciarmi, se non mi parto fra mezza ora, di voler uccidermi.

Gerasto. Che cosa è trinepto?

Narticoforo. Non sapete voi la linea della consanguineitá? «Est nepos cuius relativum est avus, sic proavus cuius relativum est pronepos, sic abavus cuius relativum est abnepos».

Gerasto. Non mi curo saper questo io.

Narticoforo. Ascolta, ché non so come puoi tu vivere senza saper questo.

Gerasto. Seguite la cagion della peste.

Narticoforo. Alfin, per giungerlo, gli dico che mi facci copia di veder quella sua figlia che aveva; e mi disse che avea commutato la vita con la morte.