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Gerasto. Anzi, che gabba altrui.

Granchio. Però non gabberai tu me, che andrò tanto cercando che lo trovarò. Ma, di grazia, potrei entrare in casa vostra per vedergli?

Gerasto. Potrai, se non azzoppi o acciechi prima.

Granchio. Entro dunque.

Gerasto. Férmati, scostati di lá. Tu non entrerai in casa mia, ché, avendo nome Granchio, dubito che non sii granchio da dovero, che granciassi, sgraffignassi, arruncinassi con queste tue unghie di aquila alcuna cosa. La mia casa non è buca per te: non senza cagione ti han posto nome Granchio.

Granchio. A me fu posto nome Granchio, ché come avessi cento mani e cento piedi, tutti adopro in serviggio del mio padrone.

Gerasto. Piú tosto nelle casse o nella credenza del padrone; ma granchio diventi io, se ti ci fo entrare.

Granchio. Son granchio, perché gracchio troppo. Me ne vado.

Gerasto. Va’, Granchio, corrier veloce mio che corri all’indietro.

Granchio. Resta in pace, Gerasto, che gabba altri, e voi devete essere il gabbato.

Gerasto. Se tu avessi tanto caminato quanto hai parlato, saresti giunto prima; ma non è meraviglia, che i granchi hanno due bocche, una innanzi e un’altra dietro.

SCENA V.

Essandro, Gerasto.

Essandro. Ahi, misera me!

Gerasto. Fioretta mia, di che stai di mala voglia?

Essandro. Del bel marito ch’hai trovato a tua figlia.

Gerasto. N’ho ritrovato uno buonissimo a te, accettalo e farai bene.

Essandro. Di che etade egli è?