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atto primo 99


Pirino. È cosí gran cosa soffrir due bòtte per un amico?

Forca. Cancaro! non è parte in me che non mi doglia, e mi fate portar le carni sempre di piú colori de’ panni d’arazzi. Se l’innamorata vi fa alcun favore, le consolazioni son le vostre; se mala ciera, con una finta occasione — ché son l’armi de’ padroni contro i poveri servi — sfogate la rabbia contra di me, che non ci ho né colpa né peccato: talché ho da patir la penitenza per me e per voi.

Pirino. Te ne cerco perdono, dammi il castigo e non se ne parli piú.

Forca. Ve lo darei per certo volontieri; ma dubito che or togliendolo da scherzo, quando poi vi saltasse la mosca non me lo rendessi da senno e con l’usura ancora.

Pirino. Ti giuro su la mia fé di non toccarti piú mai.

Forca. Avete giurato cosí mille volte; ma montandovi quel maladetto ghiribizzo, tornate come prima e peggio. Un giorno ne farò le mie vendette. Ma perché usate meco sí piacevoli parole? devete aver bisogno di me. Tutta la notte v’ho inteso suspirare, non so se da amore o da umore. Ditemi, che avete?

Pirino. All’infermo dá piú noia l’aver a raccontare a ciascun la sua infirmitá, che l’istessa febre. Se lo sai meglio di me, perché farmelo dire? Sappi, fratellino mio caro, che non vive uomo piú scontento di me sovra la terra; e se non lo credi, mirami in faccia, vera ambasciatrice dell’angoscie dell’anima. Non passava mai ora che la mia carissima Melitea non mi avesse mostrato segni di corrispondenza di amore e datami commoditá di ragionarle o di vederla almeno, conoscendo bene che viveva in lei e per lei. Or son otto giorni, anzi otto mesi, anzi otto lunghissimi anni che non compar né per usci né per fenestre: io dalla mia parte non l’ho dato occasione di sdegnarse meco, onde dubito che altro fuoco la scaldi. Ella è di bellezza tale che né per l’addietro s’è mai veduta né per l’innanzi fia per vedersi: però sollecitata e presentata da molti. È la donna piena di varie voglie, non si sazia mai, facile a piegarsi; e la loro costanza è l’essere mobili e incostanti.