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LIBRO QUINTO 267

preghiere. Il volgo e le truppe allora, mal comportando un tal procedere, addimandarono il raffrenamento della monacale audacia. Dopo di che ad un convenuto segno diedersi con isfrenatezza somma a farne generale strage, empiendo le chiese di cadaveri e trafiggendo tutti i fuggenti coperti di nere vesti, fra quali perirono eziandio molti di quelli che per lutto od altro fortuito caso indossavano panni di tal colore.

Del resto, Giovanni richiamato alla sua vescovile sede, proseguiva a suscitare nella città scompigli non meno di prima. Cresciuta di più l’infame razza de’ calunniatori, e tenendosi continuamente ai fianchi degli eunuchi palatini, se qualche dovizioso partiva di questo mondo e’ correvano a dinunziarne il patrimonio, come se prole o parenti non avesse a succedergli nella eredità; producevansi quindi rescritti del monarca portanti l’ordine di trasferire i beni di Tizio a Sempronio, cedendoli, vogliam dire, a chi fatto aveagliene istanza, senza dare ascolto alle sospirevoli preghiere de’ presenti figli ed afsini. Quanto, in breve, operavasi empiva le città di lagni e recava immenso scapito ad ogni cittadino. Poiché la consorte dello stolidissimo principe

    Dioscoro, opponendomi, appellati erano Origenisti da Origene, dugento anni prima fiero impugnatore di tal dottrina. Dioscoro ed Isidoro Tenuti a Costantinopoli manifestano ad Arcadio e Giovanni le insidie lor tese da Teofilo, il quale mirandoli accolti benignamente da Giovanni, stabilì perseguitarli. Cagione questa dell’odio vicendevolmente portatosi da que’ monaci. V. Socrate, 1. c. T. S.