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venimenti felici vi si svolgevano sopra: pioggie di cartoline illustrate, con cari saluti da tutte le parti del mondo; tentativi di versi; macchioline di acquerelli, lasciate dalla pittrice in erba; e il rotolare delle monete di rame e di argento, puzzanti di pescheria, che la serva, visto che il tavolino era di tutti, vi deponeva sopra; e le schegge infocate della ceralacca schizzate dall’appassionata apertura delle amatissime lettere assicurate; e, infine, il camminare della penna sulla cartella soleggiata: camminare agile e vivo come quello delle fanciulle sulla spiaggia.

Intorno vi fiorivano scherzi, derisioni, critiche, invidiuzze puerili: il parente esteta dichiarò il tappeto la cosa più di cattivo gusto ch’egli conoscesse al mondo; il parente bonario, funzionario dello Stato, più crudele ancora, si piegò ad esaminare con un solo occhio la trama e dichiarò che si trattava di seta tessuta con l’ortica: la disegnatrice in erba, fatta più disinvolta da questi giudizi, lo macchiò d’inchiostro di china. E il gattino dei nostri vicini, balzando dalla finestra aperta, si esercitò a diradarne le frangie come il suo padrone i pampini del pergolato. Ma tu resistevi intrepido, o piccolo tappeto nuovo; con tutti i colori della giovinezza: rosso di sangue, azzurro di gioia, smeraldo