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pieno di cicatrici, di illustrazioni e date che ne attestano il lungo servizio, sia il Nuovissimo Vocabolario della lingua italiana scritta e parlata, compilato sui più celebri suoi predecessori, dal Fanfani al Melzi, dal Rigutini al Tommaseo, e pubblicato non solo a Milano ma anche a Buenos Aires, ebbene, la parola Elzeviro non c’è.

Per fortuna c’è anche in casa, oltre a parecchi altri vocabolari a quest’ora non facilmente consultabili, una modesta Enciclopedia, in una stanza alla quale con cautela e senza far rumore si può accedere. Buono e utile libro, che si ha il torto di trascurare, anzi di evitare, come si evitano gli amici chiacchieroni, (per non chiamarli con un’altra parola d’uso), ma che si vendica bonariamente quando si ha, come in questa occasione, assoluto bisogno del suo sapere. Ed ecco il suo responso:

«Dal casato di una celebre famiglia di stampatori olandesi, gli Elzevir, prese nome quel carattere tipografico rotondetto, isolato, che oggi chiamiamo elzeviro, e che è usato esclusivamente per gli articoli di fondo (prima e terza pagina), come si usa un materiale scelto per oggetti aristocratici. Il capostipite di questa famiglia di tipografi fu Ludovico Elzevir, nato a Löwen, nel 1540, vale a dire circa un secolo dopo l’invenzione