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Più tardi i due sposi salirono da Arduina, presso la quale dovevano pranzare. La scrittrice abitava all’ultimo piano del palazzo, in un appartamentino arredato con gusto un po’ strano: vi si notava un disordine che a Regina parve artificiale.

Arduina venne incontro ai cognati strillando di gioia; indossava un lungo camice bianco, di cui teneva le maniche rimboccate sulle braccia gialle e scarne.

— Su, — disse nascondendo le mani dietro la schiena, — dammi un bacio. Regina.

Regina la baciò senza entusiasmo. Antonio disse:

— Io le diceva che tu, per poter scrivere il tuo giornale, prepari la colazione ed il pranzo dalle cinque del mattino. Dio sa che pasticci ci darai.

— Ecco la prova contraria! — disse Arduina, mostrando le mani impiastricciate di farina. — Qualche volta, sì, siccome io scrivo facilmente, a qualsiasi ora e in qualsiasi luogo, quando la inspirazione viene, mi metto a scrivere in un angolo del tavolo di cucina, e mi esalto tanto che l’arrosto brucia. Ma che vuol dire? — aggiunse poi, ridendo del suo riso un po’ scemo, che tuttavia pareva beffardo. — L’arrosto è l’arrosto, l’arte è l’arte. Ma venite qui, accomodatevi; guarda questi giornali, cara. Io vado a torno. Mi dirai poi quelle notizie sulla beneficenza femminile nel Mantovano.

— Lasciala in pace! — ripetè Antonio.

— Lasciala fare, tu! Nessuno, meglio di me, vuol bene a tua moglie. Io l’adoro. Io l’adoro, — ripetè, volgendosi a Regina: — mi pare di