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Allora ella si guardò attorno, stringendo le palpebre per distinguere bene gli oggetti.

Sì, tutto era volgare; anche la tela del cuscino e delle lenzuola, sui cui risvolti serpeggiavano ricami grossolani: e quel soffitto grigio, e quelle tre finestre grigie, — specialmente quella ai piedi del letto, — le parvero quasi lugubri.

E Antonio dov’era? Nel suo malumore Regina gli fece torto d’essersi alzato senza far chiasso per non svegliarla, e di averla abbandonata sola nell’immensità di quel letto sconosciuto; ma subito l’uscio fu spinto delicatamente e Antonio guardò.

— Ah, — disse con vezzo biricchino, vedendo aperti gli occhi di lei, — ci sono, ci sono gli occhioni!

Entrò, prese lo slancio e andò agilmente a piombare proprio con le sue labbra sulle labbro di Regina.

— Ah, ti sei svegliata, piccinina? Sei sveglia?

— Mi pare di sì! — ella rispose, con voce un po’ rauca, cingendogli il collo con un braccio.

— Piove?

— Piove sì, purtroppo! — diss’egli sospirando esageratamente. — Ma cesserà.

— Speriamo bene! Apri gli scuri.

— Oggi è domenica, — egli proseguì, andando ad aprire. — Sai che a Roma la domenica piove sempre, per effetto della maledizione papale sul travettismo italiano. Basta, cesserà: ti assicuro che cesserà. Rimani a letto un altro po’: ora ti faccio portare il caffè.

— No... no! — diss’ella, spaventandosi alla