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Sì, tutto era bello, e specialmente quel tavolino sparso di quaderni e di cartelle che rappresentavano l’essenza, il sogno, l’orma di un’anima limpida e profonda come uno specchio. Regina prese in mano un quaderno aperto.

Ricordò che un tempo ella aveva avuto l’idea di farsi scrittrice; non era riuscita mai neppure a scrivere una prima parola su un primo quaderno. Dove sarebbe arrivata Gabrie? Più lontano di Arduina, speriamo! Regina pensò in quel momento ai parenti di Antonio; spariti, o almeno impalliditi, nella sua vita, come figure che appaiono nei primi capitoli d’un romanzo, e poi non trovano più opportunità di ricomparire. Regina lasciava che Balia portasse la bimba dalla nonna, e ascoltava Antonio quando egli parlava dei suoi; ma ella vedeva di rado i parenti, e benchè oramai li considerasse nè più simpatici, nè più antipatici di mille altre persone che aveva incontrato e che l’avevano lasciata indifferente, non poteva vincere un senso di rancore quando si trovava con loro.

Ma perchè pensava a loro in quel momento, sfogliando il quaderno di Gabrie? Cercò la concatenazione delle idee. Ecco. Confusamente ella aveva pensato che se Antonio, invece di condurla dai suoi parenti in quell’appartamento odioso, ingombro di oggetti e di figure antipatiche a guisa di un quadro brutto e mal fatto, l’avesse condotta in un appartamentino silenzioso e luminoso, anche se umile come quello dell’ex-organista, ella non avrebbe sofferto durante la luna di miele.

Depose il quaderno, ne prese un altro; in