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Antonio non disse niente: egli non chiedeva conto a sua moglie di ciò che faceva quando usciva, come ella non lo chiedeva a lui. Ma per associazione d’idee egli in quel momento dovette ricordarsi che Regina voleva andar al suo paese in giugno, perchè domandò:

— Quando fa gli esami?

— Chi, Gabrie? In luglio, credo.

— Allora non partirete assieme, come diceva l’altra sera.

— No.

Tacquero. Tanto tempo era trascorso, tante cose s’erano mutate, altre due volte Regina era partita e ritornata, e il capriccio della sua prima partenza sembrava oramai un capriccio d’infanzia, lontano, velato dagli avvenimenti; eppure ogni volta che parlavano di partenza, anche se ciò, come in quella mattina, avveniva nei momenti più dolci ed intimi della loro vita, i due giovani si sentivano imbarazzati, separati, buttati via lontano l’uno dall’altra da una forza strana. Ma ciò durava poco. Quella mattina poi la primavera batteva alla finestra; era tempo di sole, non di nuvole, e Regina e Antonio erano troppo giovani, troppo sani, troppo amanti per non dimenticare, come gli uccelli, il recente inverno e cantare un inno di letizia. Egli la chiamò la sua Reginotta, e le prodigò, senza avarizia, mille aurei nomignoli: ella lo adulò, in buona fede del resto, dicendogli che era il più «bell’omino del mondo».

Dalla parete l’occhio di sole pareva guardasse placido e compiacente.