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salotto attiguo, ed Antonio aprì famigliarmente l’uscio a destra.

— Aspetta, — disse Regina, che si accomodava i capelli davanti allo specchio. Era ben pettinata, rosea, un pochino ingrassata. L’abito chiaro, dal colletto alto di crespo bianco, la rendeva giovanissima e quasi bella. Ella se ne accorse ed entrò tutta soddisfatta nel salotto della principessa.

— Come sta la piccina? — le chiese subito madame.

— Benissimo, grazie. Le presento la mia amica.

Gabrie chinò la testa davanti alla principessa che le badò appena; poi sedette nell’angolo di un divano, e stette là tutta la sera, tranquilla, timida e silenziosa.

Le solite vecchie signore e i soliti vecchi gentiluomini animavano il salotto, intensamente riscaldato.

Una signora bionda, l’unica che non fosse troppo vecchia, vestita d’azzurro come una bambina, con due grandi occhi chiari, dalle lunghe ciglia d’oro abbassate, stava seduta vicino alla principessa, intorno alla quale facevano corona altre due vecchie e tre vecchi, fra cui il signore dal cranio di porcellana rosea.

Madame taceva e tendeva l’orecchio ai racconti di un signore tedesco, reduce appena dall’India: ancor più grassa, più pallida, più cascante del solito, col suo goffo abito di velluto nero guarnito di merletti bianchi, ella pareva una di quelle tante vecchie dame medioevali la cui bruttezza è immortalata dai grandi pittori dell’epoca: solo gli occhi vivevano nel suo viso di cadavere gonfio.