Pagina:Deledda - Nostalgie.djvu/114


— 104 —


tu a fare in certi posti? Che bisogno hai tu di quella gente? Non capisci che loro sono i padroni del mondo, e noi siamo gli schiavi?

— Ma noi siamo intelligenti! Noi siamo i padroni dell’avvenire. Non senti tu il rumore dei nostri zoccoli che salgono, e delle loro scarpine che scendono?

— Noi! Tu? — disse Regina, puntandole il dito in viso, con supremo disprezzo.

— Bada, una carrozza! — gridò l’altra, tirandola indietro.

— Vedi? ci schiacciano! Che cosa è l’intelligenza? Esiste l’intelligenza? Che cosa è davanti a una coda di raso?

— Ah, tu invidii le code di raso? — disse l’altra, ridendo, senza alcuna malignità.

— E va! Sei una sciocca! — gridò Regina, arrabbiata.

— Grazie! — rispose l’altra, senza offendersi.

Rientrata a casa. Regina si buttò sull’ottomana dell’anticamera e rimase là quasi un’ora battendo il piede a tempo col palpito ritmico della pendola, che pareva il cuore del piccolo appartamento.

Ella sentiva un’onda di dolore umiliante coprirle il cuore. Ah, anche Arduina, la scema, aveva indovinato il suo male!

La luce del giorno moriva nella camera attigua, mentre nella saletta da pranzo, che dava sul cortile, gravava già un’ombra livida di crepuscolo. Dagli usci spalancati scorreva una fascia di luce tenue sulla corsia dell’anticamera, nei cui angoli s’addensava sempre più la penombra. E Regina pensava: