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nava l’intero giorno, sempre gaio ed instancabile, e le ore che poteva rapire ai suoi malati, agli amici, alla famiglia, le passava qui. Rude il suo dovere, le sue fatiche quotidiane gravi; ma egli non si lamentava mai: pure di tratto in tratto io vedevo una ruga disegnarsi sulla sua fronte: un triste lampo di sofferenza fisica e morale attraversargli gli occhi; — un gesto involontario di disgusto — quando ritornava, stanco, assetato o gelato dalle sue interminabili visite, nel levarsi il cappello, il soprabito o il mantello.

Un giorno osai fargliene parola: e osservai:

— Ora basta, hai lavorato troppo; perchè non ti riposi? Non abbiamo più bisogno di nulla, papà, e possiamo vivere con le nostre rendite. Perchè affaticarti di più? Finirai con l’ammalarti!

Mi guardò sulle prime severamente, poi, rimettendosi, mi disse dolcemente:

— Iole, Iole, hai sì poca stima di me da credere che io mi affatichi tanto, come dici, semplicemente per guadagnare? Oh no, carina mia, è perchè ho pietà degli ammalati, dei miei compaesani poveri, di tutti quelli che soffrono.

— Ma vi sono altri medici ad R...

Il babbo scosse tristemente la testa.

— Sono giovani, Iole, e non si curano degli ammalati perchè... forse perchè tutti sono ricchi e,