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«Bisogna mandar via l’estraneo....» disse fra sè, mentre l’uomo, nel suo letto tiepido, ripeteva: «Bisogna aspettare».

I bambini entrarono, timidi verso l’estraneo, già ostili fra di loro, Salvador pronto a correggere gli errori di Nino, questo sicuro di esser compatito e di ottenere i migliori regali.

Lia li attese nella saletta da pranzo: le pareva di veder sempre gli occhi limpidi di Salvador fissi nei suoi e pensava:

«Si direbbe ch’egli ha paura.... che diffidi di me e del mio affetto per lui.... Nino, anche fosse grande, non avrebbe quest’istinto di diffidenza: forse perchè un vincolo infrangibile ci unisce.... Ma Salvador.... Salvador capisce già che cosa vuol dire non esser madre e figlio.... ed ha paura.... ha paura.... Ah, no, caro; no, no!...»

E non si accorgeva ch’era lei ad aver paura di sè stessa.... Un istinto atavico la dominava: ella era ancora, in qualche modo, la vedova orientale che deve seguire nei regni dell’ombra l’uomo che l’ha posseduta: Salvador rappresentava appunto quest’uomo, ed ella aveva paura del fanciullo come di un testimonio e d’un giudice.

Intanto i due fratellini s’indugiavano nella camera di Piero.

Sebbene Salvador avesse cercato d’impedirglielo, Nino s’era arrampicato sul letto e domandava, guardandosi attorno:

— Dov’è la valigia?