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Lia uscì, un po’ umiliata per il pittore, e cercò di confortarlo con lo sguardo. E all’improvviso l’omone le fu addosso, la prese per le braccia, la palpò, le disse:

— Vediamo; più molle! Mettiti un po’ giù!

— Mi lasci! — ella gridò, col viso infiammato.

— Ma le pare?

L’omone si mise a ridere come un bambino, e prendendo quasi gusto alla resistenza di lei cercò di farla piegare per forza, finchè ella gridò esasperata:

— Non sono una modella, io!

E corse via senza salutare, senza volgersi indietro, presa da un’ira folle e anche da un po’ di paura. Ah, che aveva fatto! Ben le stava! Ella pagava così la sua curiosità inutile. Ma perchè? Ed ecco che all’improvviso una luce paurosa si fece in lei. Curiosità inutile? Ah, no! era una curiosità colpevole: e tutto ciò che è colpa si deve scontare come un debito, sia pure fatto contro volontà.

Ma poi si calmò. Il pittore le scrisse domandandole scusa di non averla subito presentata all’omone rosso, che era un celebre artista, e pregandola di ritornare. Aveva bisogno di lei: era così sconfortato, così avvilito. Anche lui!

Ella ritornò, e riprese il suo costume, il suo posto, la sua aria nostalgica: ma qualcosa era mutato intorno: lo studio sembrava più triste, il pittore taceva e aveva gli occhi pieni di melan-