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stante i suoi buoni propositi si sentì lusingata delle frasi ch’egli le scriveva.

«Ah, signora Lia, mi permetta di dirglielo, quando penso a lei non posso liberarmi da un senso d’invidia: ella è forte, ha la grande fortuna di bastare a sè stessa, di resistere alla bufera della vita, come lo stelo che si piega al vento ma che al primo raggio di sole si rialza e rivive: io, invece, che cosa sono, io? L’albero schiantato, signora Lia! Sono un vinto, io; un tronco da cui il vento finisce di staccare le foglie inaridite».

Ma dopo il primo impulso di pietà per lui, di vanità soddisfatta per le sue lodi, ella buttò sul tavolo il foglietto e andò a cambiarsi le scarpe ed a preparare la colazione.

— Egli m’invidia! — disse a voce alta, con accento di sdegno. — Ah, miseria!

Poi si mise a cucire, accanto alla finestra, aspettando l’ora d’andare a prendere i bambini. Ogni tanto sollevava gli occhi, con la speranza di veder il cielo rasserenarsi; ma il cielo sembrava coperto di fango lucente, come la strada, come i terreni ove le graziose case in costruzione davano l’idea di rovine. Tutto era tristezza, squallore: ed ella ricordava il quadro fresco e caratteristico che si svolgeva sotto i suoi occhi, nei chiari mattini di giugno, dopo il suo arrivo in casa dello zio Asquer, e rivedeva la testina di Salvador a quella stessa finestra che ora