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selvaggia: «Coraggio, zio Corbeddu, coraggio!»
Poi seguivano i banditi di Gallura, e gli ultimi del Nuorese, raccolti come un branco di cinghiali nelle foreste di Orgosolo, assediati da un vero esercito deciso a disperderli.
Tutto adesso era finito, e dal fosco passato già sorgeva la leggenda come il miraggio di nuvole che in quella dolce sera scendeva sull’orizzonte dalla collina alla spiaggia, e pareva una fila di cavalli bianchi con eroi fantastici in sella, armati d’argento, con stendardi azzurri e bisacce d’oro, diretti al mare ove li attendeva il Re di Tavolara.
Anche Predu se n’andava, ma non con loro. La terra lontana che attirava i piccoli uccelli migratori richiamava anche gli avoltoj, ed essi abbandonavano le roccie sparse di avanzi di rapine, per volare laggiù, come verso una pianura ove la preda era facile e abbondante.
— Almeno laggiù mangerò tutti i giorni e del mio — egli disse, quando si rimisero in viaggio. — Non ho da mettere da parte per ritornare; mi sparino, voglio ingrassare come un signore. Quando uno è grasso è anche insensibile.
— Io invece ritornerò — disse Mikali, con voce già nostalgica. — Se vado è per ritornare.
L’alba copriva di un velo azzurro le roccie che si spingevano come scogli fino al mare, e in alto i due uomini videro come una piccola barca nera a due vele, navigante nell’azzurro, e così Predu potè salutare l’ultima aquila della