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come in un quadro fumoso i visi degli ubbriachi, rossi e neri sullo sfondo delle ombre che danzavano sulle pareti; le mani dei giocatori di morra si agitavano scure nel chiarore giallognolo come foglie alla luna, e alcune maschere camuffate con pelli lanose, con musi di animali, davano al luogo un aspetto di caverna.

Sotto la lampada, Ciara s’appoggiava al banco fra i bicchieri scintillanti, con la guancia sul pugno, gli occhi bassi, come addormentata; quando vide la donnina sulla porta trasalì e le corse incontro.

— Mikali non c’è?

— Non è qui, gioiello mio. Perchè lo cerchi? Vittoria...

— Non nominarla, chè bestemmi, femmina mala! — disse la gobbina, guardandola coi suoi occhi che pungevano come spine. — Andrò a cercare Mikali da Ignazia.

E via come il folletto svoltò, fu davanti alla casupola illuminata da un triangolo di luce lunare; anche là si sentiva quel lamento lontano, quell’urlo di agonia, e a lei parve che in quel momento Vittoria morisse. Un passo pesante e incerto risuonò alle sue spalle e Pancraziu, che tornava a casa ubbriaco, la prese per di dietro sotto le ascelle, la sollevò e la fece volteggiare in aria.

— Che cerchi, qui? Andiamo al ballo, tu ed io, poichè mia moglie non vuol venire. Ah, tu credi ch’io sia ubbriaco? Traballava più di me il mio padrone, così Dio mi assista, poco fa, mentre andava allo stazzo Zoncheddu.