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La cena era pronta. Tornò Pancraziu e le sue chiacchiere dissiparono un poco la mestizia delle donne: parlava dei giojelli che Mikali era andato a comprare in città, e scherzava paragonandoli a quelli destinati a Ignazia.

— Una collana di bacche di sovero e anelli di giunco quanti ne vuoi, focaccia mia nera; così Dio mi assista, anche la pietra gialla contro il malocchio, fatta con un grano di gomma di pino, ti donerò. Ma se Vittoria mi presta veti scudi ti comprerò davvero i bottoni d’oro.

Marianna Zanche pensava però ai cento scudi che Mikali s’era fatto prestare dai Zoncheddu per comprare i doni alla sposa, e sospirava.

Dopo la cena, la madre di Vittoria s’alzò per andarsene, accompagnata dal servo: salutando la sua antica compagna le disse sottovoce:

— Marianna mia, qui c’è poca religione. Tu dovresti ogni sera riunire le donne attorno a te per recitare assieme il rosario. Mio marito bonanima diceva che alla sera il rosario riunisce le anime anche se di giorno sono state divise dal demonio.

Allora Marianna propose timidamente la preghiera in comune, e le donne acconsentirono: ella intonava, e la sua voce fioca e lontana pareva uscisse di sotterra mentre quella di zia Sirena vibrava ancora squillante e in quella velata della serva giovane risuonava una nota cupa e triste piena di passione repressa. Sovrastava a tutte la voce di Vittoria, sonora e