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In quel momento infatti nello stradone passava il prete sotto un ombrello di broccato con la frangia d’oro tenuto da un piccolo sacrista vestito di rosso: allo squillo del campanello che annunziava il passaggio del Signore, qualche testa si affacciava dietro le muriccie e i pochi viandanti s’inginocchiavano sulla polvere; e quando i fanciulli dello stazzo Zoncheddu corsero a dare la notizia a zia Marianna, anche lei, seduta sullo scalino della porta, smise di sgranare le fave che teneva in grembo, e si fece il segno della croce con la punta verdognola delle dita.

Grosse lagrime le calarono sulle guancie, fino al petto, fino al grembo, e i fanciulli profittando del turbamento di lei le rubarono i grani delle fave e li morsicarono togliendo un pezzetto da una parte un pezzetto dall’altra per fare con le bucce degli anelli che si infilarono alle ditine sporche. Così corsero di nuovo nello stradone in attesa che ripassasse il prete sotto l’ombrello di broccato e col Signore entro una scatola d’oro in mano; ma prima videro la gobbina che in quei giorni andava e veniva dal paese allo stazzo Zanche come una messaggera di cattiva fortuna.

— Dov’è Mikali? — ella domandò ai ragazzi, fermandosi con l’ombra dietro, lunga come quella d’una persona alta.

— È alla tanca a domare il puledro del dottore.