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a vivere e a morire, senza stroncarli, in modo che la loro vita sia a loro volta feconda e prosegua all’infinito.

Il Dottore sorrideva, stringendo le labbra. In fondo, egli non aveva voglia di discutere: il suo pensiero era sempre là, nella camera di Alys: eppure a sua volta fu sul punto di dire cose amare al principe. «Principe, tu parli bene, anzi benissimo: ma perché hai voluto sposare quella disgraziata? Per amore al prossimo, o per libidine, per istinto di stroncare un fiore umano, poiché ciò ti faceva comodo?».

Disse invece, proseguendo la commedia:

— Le ripeto: lei è un poeta, come davvero poeta era San Francesco; ma in pratica, mi lasci dirlo, le sue teorie non sono facili. Lei s’intende d’agraria più di me: e il grano maturo lo fa falciare, e ai peschi fa togliere i fiori superflui, e l’erba la fa radere.

— Appunto, appunto perché...

Un nuovo rumore, o meglio un grido lamentoso li fece tacere. Il Dottore balzò in piedi, mentre il principe, sebbene turbato anche lui come da un avvertimento sinistro, diceva quasi con ironia:

— È il cane, giù.

Il cane, sì; ma che doveva sentire qualche cosa di misterioso, perché ripeté il suo grido: e non lo aveva mai fatto. Il principe s’incupì, come se un velo scuro gli fasciasse la testa.