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che le mie dita tormentano: forse il filo del destino. D’un tratto il gomitolo mi scappa dalle mani; silenzioso ma come vivo corre sul pavimento, fin sotto la tavola dove i due fanno il loro gioco senza badare ad altro. Io mi piego e seguo il filo che mi è rimasto fra le dita, spinta da un senso incosciente di scoperta, come quando in sogno si cerca qualche cosa di indefinito: finché non vedo il gomitolo fermo, sgomento e malizioso a guardare le gambe tozze e i polverosi piedi scalzi della serva serrati fra le gambe eleganti e i piedi ben calzati del giocatore.