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cominciavano a soffrire la sete, e le foglie degli alberi cadevano come in un autunno inoltrato. Ma, sull’altana scricchiolante, l’uomo non sentì il refrigerio solito dopo un temporale. Il fiume, sì, era alto, sulle sponde rocciose, e ribolliva con un colore di lava, come se davvero i vulcani spenti dei monti si fossero avvivati e vomitassero quel torrente bluastro bavoso di rabbia.

Anche il cielo, pur cessata la pioggia, conservava un colore cupo, verdastro, quasi minerale. Il vento spirava dal nord, a tratti: spingeva in là, come pecore, le onde del fiume, che non gli si opponevano: poi, quasi sdegnato per questa loro remissione, si fermava, per tornare dopo un intervallo durante il quale tutta la vallata pareva intontita per il rombo delle acque.

Anche gli uccelli si erano nascosti: solo un rondinotto volteggiava solitario e basso sull’orto mortificato dalla pioggia, e pareva cercasse qualche cosa smarrita; ma al soffiare brigantesco del vento spariva anch’esso, per riapparire nell’improvvisa inquietante sosta che seguiva.

L’uomo conosceva bene il rondinotto, perché spesso entrava nelle stanze della casa, vi faceva un rapido giro d’ispezione, gli sfiorava la testa, e se non gliela piluccava, come egli aveva letto che certi uccellini fanno col rinoceronte vero, era perché la sua insensibilità non arrivava a permettere tanto. Quel giorno il rondinotto non entrava in casa: tutt’al più si spingeva fino alla