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con lo stesso movimento di gioia. La nonna brontolò:

— È pazza: pazza da legare. La fortuna le ha dato alla testa.

Ma sapeva bene di mentire a sé stessa: e riprese a camminare sulle ombre dei pini, sull’orlo dei prati di trifoglio che sembravano laghetti, finché arrivò al finestrone: sedette in una delle nicchie che lo fiancheggiavano, e in attesa che la nipote si stancasse, guardò le vigne e i frutteti del principe.

Tutto vi era ben tenuto, ricco di promesse: i contadini che vi lavoravano, secchi, risucchiati dalla loro fatica, col profilo arrotato dalla volontà del guadagno, pareva scavassero oro e gemme: per loro e per il padrone.

Ma ecco la principessa pazza tornare da sola: il cane si era stancato prima di lei. E lei ansava, anelante, come una cerbiatta che si salva dalla caccia: si buttò ai piedi della nonna e le affondò la testa fra le ginocchia dure. Voleva dire qualche cosa, e non le riusciva. E la nonna le mise la grande mano ossuta sulla testa scarmigliata, sui capelli ardenti e umidi di sudore, come quando Alys bambina aveva la febbre.