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a decifrarla. No, non era un mistero, quello che il vecchio gli raccontava: egli conosceva gente civilissima più superstiziosa di questa razza di pastori; tutto stava a trovare il modo di sciogliere praticamente l’incantesimo.

Le parole della signorina Gilsi gli tornarono in mente: anzi gli sembrò di vederle riprodotte dai geroglifici che gli stavano sotto gli occhi: dette cioè in un modo, per significarne un altro.

«Il mio nonno s’è fissato in mente l’idea di darmi la miniera per dote».

— Così, — pensò l’ingegnere, — se sventura ha da succedere, succede al signor futuro sposo: salute al resto.

Sollevò d’un tratto la testa, guardò il Gilsi con gli occhi azzurri pieni di luce.

— No, — disse, — non rido: capisco benissimo le loro idee; e in qualche modo le condivido. Avere il minimo per vivere, prodotto dal proprio lavoro, e potersi con questo creare una famiglia, volersi bene, aiutarsi a vicenda, questa è la vera felicità. E il mio scopo è questo, — aggiunse, arrossendo di nuovo, — e per questo sono arrivato fin quassù, più che in cerca di fortuna, in cerca di lavoro. Sono ingegnere; ho studiato chimica; conosco l’industria mineraria: qui ci sono difficoltà enormi da superare, ma appunto per questo l’impresa mi tenta: qui posso trascorrere una vita attiva, piena, tenace; posso proseguire, con miglior successo, l’opera del suo