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Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/67


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nuovo l’espressione stanca e dolente della sera prima.

Stefano rabbrividiva di freddo, invaso dal disgusto e dall’ansia affannosa della febbre imminente; e nella luce dello smorto tramonto vide Maria così muta e triste che ne provò una grande melanconia.

Venne il medico, un vecchio robusto e vermiglio che non trovava grave alcuna malattia, e vennero poche persone amiche; ma il malato taceva, col volto grigio pieno di una espressione dolorosa di ribrezzo e paura; Maria era raccolta in rigido riserbo e don Piane pregava.

Dopo una mezz’ora di imbarazzo i visitatori se ne andarono, e la camera restò immersa nel silenzio e nella luce morente del vespero.

Era ancor presto per accendere i lumi, ma la penombra invadeva già il letto, e Stefano gemeva sommessamente nel primo incubo della febbre: a misura che l’ombra cresceva gli sembrava che il volto gli diventasse nero e la testa gli si ingrossasse e aggravasse enormemente: era uno spasimo sottile, esteso, indicibile, che gli serpeggiava per tutte le membra, slogandogli dolorosamente ogni giuntura e scuotendogli ogni nervo; una puntura senza tregua che gli frugava tutti i pori.

A un tratto gli sembrò che un uomo altissimo, con un grande occhio rosso in mezzo alla