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Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/61


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curarlo e guardar la casa durante le sue ore di febbre.

Arrossì, provando una sensazione di caldo alle orecchie e alle palpebre, e un tenue sudore gli inumidì le palme delle mani, appena egli fece a se stesso la rivelazione del suo desiderio: e il desiderio ineffabile e indistinto che gli aveva fatto chiamar Maria era di sentir la voce di lei vibrare appunto così per la triste casa piena di tedio e di disordine, vivificandola nei suoi angoli più segreti e abbandonati.

— Babbo — disse con la sua voce sommessa un po’ rauca, guardando il vecchio con gli occhi socchiusi, — cosa vi sembra?

— Sembra buona.

— Fatemi un piacere: restate a pranzare qui sopra con lei. Fatemi compagnia.

Don Piane pensò ai cani ed ai gatti, e stette indeciso sulla compagnia da preferire. Farli salire, almeno i gatti?

Acconsentì, ma per aver la compagnia dei gatti cominciò con fine accorgimento a riferir la simpatia che anche la nuora diceva di provare per quelli.

— Che c’entra? — si domandò Stefano, ma non fece alcuna osservazione, tutto beato che almeno per il momento Serafina non avesse campo di sobillare don Piane contro Maria.

Con l’ultima linea di sole che si spegneva sul pavimento, penetrava un caldo e fragrante