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morosi, battendosi una mano sulla guancia come per schiacciarvi una mosca.
Maria le si mise dietro, e quando furono nel salotto le disse piano:
— Cammina e parla piano. Dirai a mia madre che ti consegni la mia blusa e la calzetta cominciata.
— Che il diavolo mi abbruci, che idea ha costei? Di rimanersi qui? — pensò Serafina con dispetto; e, scese rumorosamente le scale, andò a riferir tutto a don Piane, che leggeva gli annunzi di un giornale sardo.
Ogni mattina don Piane, che leggeva senza occhiali, ma stentatamente, scorreva il giornale, cominciando dagli annunzi e fermandosi particolarmente sulle corrispondenze dei villaggi e specialmente su quelle che descrivevano feste con corse di cavalli o che contenevano polemiche elettorali. Spesso i suoi due grossi gatti gli salivano sulle ginocchia, allungandogli la testa sul petto e spargendogli di pelo le vesti; li grattava sotto il mento, comunicando loro ad alta voce i commenti sulle cose lette.
— Eh, cosa ne dici tu, Speranza? — domandò alla gatta più piccola, quando Serafina ebbe spiegato la commissione da far presso donna Maurizia. Speranza aprì la bocca nera e miagolò; ma se questa era una risposta, don Piane non riuscì a capirla.