Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/40


— 32 —

le si cerchiavano, la voce le si faceva sempre più languida e il volto le diveniva così pallido che pareva d’alabastro. Ella si sentiva mancare per l’ora tarda e per la stanchezza dei troppo prolungati discorsi. Stefano non capiva ancora che oramai la sua visita riusciva importuna, e solo quando vide la piccola anfora mostrare tutto il bianco colore del cristallo, decise d’andarsene.

— Com’è tardi! — disse alzandosi e guardando Maria. — Tu sei stanca.

— No, rispose ella; ma aveva gli occhi velati di sonno e di febbre.

— Addio, Maria, buona notte!

Le prese la mano, gliela strinse forte; non si muoveva. Che voleva? Maria gli vide negli occhi, eguali a quelli del morto, lo stesso raggio di profonda luce che avevano i cari occhi spenti allorchè nelle più intime ore di passione le davano e chiedevano tutta l’anima con lo sguardo.

— Addio! — rispose con voce sommessa.

Accompagnò Stefano fino alla porta, ed egli, invece di andarsene subito, si fermò sulla soglia, nel vano bianco di luna, e riprendendole la mano le ripetè con la stessa tenace stretta, col medesimo sguardo profondo:

— Addio, Maria.

Non solo nello sguardo, ma anche nella voce e nel tepore della stretta appassionata, ora