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Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/38


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bianca coperta stesa sul telaio. Quante lagrime bagnavano il cuore di quelle rose vermiglie, e quale ineffabile fragranza di dolore le rose così irrorate esalavano? Eppure non una parola d’odio, di vendetta o di ribellione usciva dalle dolci labbra che serbavano il ricordo struggente dei baci e dei singhiozzi; una rassegnazione profonda spirava nell’armoniosa e stanca voce di lei.

Ora finalmente Stefano capiva ciò che esprimevano e cercavano gli occhi e le labbra della delicata creatura, a cui le più intense gioie e i più grandi dolori della vita avevano sfiorato e amareggiato il cuore senza però toglierle la purezza e la fede. Esprimevano un profondo mistero di forza e di bontà, e cercavano un punto ignoto, perduto in regioni invisibili ad occhi profani.

Da più d’un’ora egli sedeva davanti alla tavola, su cui erano aperti i pallidi fogli dell’Imitazione di Cristo, e ancora non pensava ad andarsene; anzi, ogni tanto, continuava a versarsi un po’ di quel vino color miele ed a cercarvi, dentro ed attraverso, qualche cosa indefinita ed ammaliante. Maria lo guardava con un po’ di inquietudine, e avrebbe voluto dirgli: — Bada che ti fa male; ma non osava.

Lentamente i pensieri di Stefano si velavano, e un torpore caldo, serenamente dolce,