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Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/33


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— Buona sera: ti sei forse meravigliata? — chiese alzandosi.

— Sicuro! — diss’ella francamente. — È una cosa insolita. E tu come stai? E come sta... tuo padre? (Non sapeva con qual nome chiamare il suocero.)

— Non c’è male, anzi sta bene, lui: io però non sono ristabilito del tutto. Ma mi dissero che tu pure stavi un po’ male, e sono venuto per questo ed anche per un affare...

Pronunziò queste ultime parole in modo da lasciar capire di essere venuto più per l’affare che per altro; e Maria provò lieve puntura, ma pregò gentilmente:

— Siediti!

Ella sedette sul divano, in piena luce, ed egli, guardandola curiosamente, quasi non l’avesse mai veduta, riprese posto sullo sgabello, allargandosi il colletto del soprabito, sulla cui pelliccia il suo volto appariva più smorto e affilato del solito.

— L’affare dunque è questo e va così..., cominciò; e parlò del nuovo e importante testimonio che s’offriva contro il Gonnesa.

Maria s’interessava assai del processo, e quindi ascoltò attentamente, col gomito poggiato sul tavolo e un dito affondato sulla guancia destra; mentre Stefano, che socchiudeva gli occhi per la luce vicina della lucerna, parlando, non cessava di fissarla in volto.