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Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/300


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tamente; vide le stelle scintillare attraverso l’immobile e scura trasparenza degli alberi dormenti. Poi nel perfetto silenzio delle lontananze solitarie udì il grido cadenzato dell’assiolo: solo questo grido, sottile, distinto, eguale, che nelle sue ritmiche cadenze aveva un senso di solitudine indicibile.

Egli ne fu suggestionato: provò una profonda tristezza, si sentì stanco, affranto, ed ebbe desiderio di stendersi sull’erba, d’affondarvi il volto, e dormire e dimenticare. Ma ecco che un gallo cantò, e un passo risuonò nel viottolo. Tutte le sue potenze vitali si svegliarono fremendo e aspettando.

— Serpe! — urlò fra sè, quando intravide il nemico gittarsi a terra e strisciando penetrar nel cortile di Silvestra.

Sentì un dolore iracondo, umiliante, inenarrabile, mille volte più acuto di quello sin allora provato, perchè in fondo, fino a quel momento, avea dubitato; e tutto vibrante d’ira andò dall’uomo che più disprezzava, dallo sbirro Pennini, e gli disse che se voleva rendere un nuovo servizio alla giustizia ed alla società, con l’arrestare Filippo Gonnesa, s’appostasse all’alba in fondo al viottolo.

fine.