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Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/272


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fresco paesaggio verde chiudeva la pacifica e soleggiata visione.

Concitatamente Stefano si mise a passeggiare sul piazzale, socchiudendo gli occhi contro il barbaglio del sole e lo scintillìo del granito; ma a poco a poco, come dissipata dall’olezzante soffio del venticello e dalla suggestione di profonda pace che emanava da quel lembo di piccola città deserta e dal luminoso sfondo dell’orizzonte, la velenosa collera che lo urgeva s’acquetò. Tuttavia egli continuò a passeggiare a lunghi passi, su e giù, tirandosi sulla fronte il cappello di paglia: a un tratto, udendo un leggero canterìo, scese i gradini a sinistra della chiesa, e guardò. Seduto per terra e addossato al muro un bimbo cantava; poteva aver quattro anni, vestiva di bianco, aveva i piedini scalzi, grasse e rosse le manine e la faccia, i capelli d’un biondo acceso, e intorno al collo una ghirlanda di margherite gialle e di rosei piselli odorosi. E cantava al sole, ma con vocina piana piana, come distratta, come saliente da un sogno sereno e dolcissimo. Gli occhioni neri chini e fissi con indolenza sulle mani abbandonate in grembo, non videro o non vollero accorgersi di Stefano; ed egli sorrise ed ascoltò.

Anche la canzoncina, poco ben pronunziata, era fresca e olezzante come il piccolissimo