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Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/259


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lazione del paesaggio un bagliore d’indicibile tristezza.

Sui vetri del finestrino alcune stille di neve liquefatta avevano pur esse il tenue riflesso d’oro del lontano orizzonte: Stefano stette a guardarle, poi i suoi occhi vagarono sul paesaggio, sulle montagne, sui cieli; e la sua tristezza aumentò, si acuì, si estese e per un momento divenne intensa così da raggiungere il senso della disperazione. Gli parve di esser solo, smarrito, portato violentemente da un’occulta forza malefica attraverso ignote e sconfinate solitudini fredde e morte. Quel lembo di cielo azzurro, quel moribondo riflesso di luce lontana non erano forse il vano desiderio di beni sempre sognati e mai raggiunti? E l’anima umana non forse somigliava alla stilla di neve liquefatta che, tremolando sui vetri, rifletteva il lontano bagliore del sogno, ma che fra un istante sarebbe evaporata e scomparsa del tutto?

Chi parlava nella triste, tranquilla luce delle nevi, nella immensa solitudine dei cieli e delle montagne lontane? Una voce muta, triste. Parlava la vanità della vita, l’impotenza dei sogni; parlavano i cari morti e sorgevano le memorie dei dolori trascorsi, delle perdute illusioni, di ciò che non torna, di ciò che passa per non tornare mai più.

Stefano curvò il viso fra le mani e con que-