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Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/230


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— No! — rispose Maria guardandolo un po’ meravigliata. Poi scoppiò a piangere come una bimba, e gli narrò ciò che era accaduto. Ah, il figlio del Porri? Giusto, quel ragazzo alto e robusto, quel bellissimo adolescente dai capelli rossi, glauchi occhi obliqui e i denti di perla? Bel soggetto! La notte prima, verso le undici, mentre aspettava suo marito, Maria aveva inteso piccoli rumori nel salotto da pranzo. E per scuotersi dal sonno, e pensando fosse stata Serafina e lasciar dispettosamente i gatti nella stanza, scese pian piano. Altro che gatti! Trovò Serafina fra le braccia di Bore Porri, il bel ragazzo a cui tutte le paesane dai tredici ai diciotto anni andavano pazzamente appresso.

— Ma Serafina ha dieci anni più di lui! E si arriva a questo punto? — gridò Stefano. E tutto il limpido orizzonte dei sentimenti puri e sereni tornò ad offuscarglisi.

— Ecco a qual punto è ridotta casa Arca! — disse non meno amaramente Maria. — Questa notte volevo mandar via Serafina, ma tuo padre mi disse di andarmene piuttosto io.

Si rimise a piangere desolatamente, mettendo ne’ suoi singulti tutta l’intensità dell’ira sua, della sua umiliazione e del suo giusto dolore.

— Finiscila! — disse Stefano irritato. Poi si raddolcì. — Non sei più una bimba; e sai che babbo non ha la testa a posto.

— Sì, è finita..., è finita..., ella rispose,