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Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/216


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alveo di argento brunito; cento piccoli rumori sfumati — il lieve mormorìo del ruscello, il tintinnìo delle capre e delle pecore, l’acuto gracchiare delle gazze, qualche latrato di cane, il rumore cadenzato della zappa del Porri che estirpava le radici legnose del lentischio — animavano l’immenso silenzio, la gran pace solenne del tramonto.

Egli saliva sempre: era stanco, preso dalla misteriosa melanconia del luogo e dell’ora; non aveva trovato caccia, non aveva fatto nulla, eppur non si pentiva della giornata trascorsa. Anzi, confrontandola agli altri suoi innumerevoli giorni perduti, gli sembrava una giornata di lavoro e di lotta; non sapeva di che lavoro, non sapeva di che lotta, ma sentiva d’aver acquistato e conquistato qualche cosa di grande e buono che viva gli manteneva nel petto la calda e forte soddisfazione di se stesso, cominciata a provare sotto i selvaggi ulivi della valle opposta.

A un certo punto vide camminargli davanti un ragazzo alto e tarchiato, le cui forme robustissime gonfiavano le vesti un po’ lacere e strette; aveva gli scarponi in mano e i grossi piedi avvolti in stracci; camminava a lunghi passi, e la sua figura oscura risaltava vivamente sullo sfondo verdognolo della china.

Poco prima d’arrivare alla radura, il ragazzo si fermò, fischiò, e spinse in avanti un gruppo