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Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/192


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VI.


Una mattina d’autunno Serafina sellò il cavallo, legò alla sella la piccola bisaccia bianca a fiorami rossi, e salì per avvertire il padrone che tutto era pronto.

Nel salottino sentì don Stefano e la moglie in intimo colloquio, e naturalmente si fermò un momento ad origliare. — Se lo incontro lo frusto, come è vero Dio! — diceva il padrone sdegnosamente, andando di qua e di là per completare la sua toeletta da cacciatore, e facendo molto chiasso con le sue polacche gialle scricchiolanti.

— No, no, per carità, no, no..., ripeteva Maria, supplicando paurosa.

— Chi diavolo frusta? — pensò malignamente Serafina.

— Se lo incontro in un luogo deserto che nessuno ci veda, ti assicuro che gli faccio la festa..., disse Stefano, e aggiunse un energico aggettivo.

— No, no, che sciocco che sei...

— Sciocco davvero! — pensò Serafina, — se volesse frustarlo potrebbe farlo più vicino di quel che crede.